13/04/2009

Buona Pasqua

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04/04/2009

Attestato di fedeltà e la medaglia al merito ...

Domenica 29 marzo presso la Chiesa della Santissima Trinità di Chioggia, l’Associazione Artigiani Confartigianato di Chioggia ha premiato con l’attestato di fedeltà e la medaglia al merito di “Maestro Artigiano Onorario” Piergiorgio Bighin, Presidente di Opera Baldo. Queste le parole di Piergiorgio:

 “La circostanza di stamattina  mi  commuove anche perché mi ha portato alla mente la figura del nostro Presidente emerito Filippo Tiozzo Bon.

Credo di dovere a lui la continuazione di questa tradizione, che il Presidente di Opera Baldo possa essere un  “maestro artigiano ad honorem”… 

In questo momento il mio pensiero va anche a mio nonno Egidio, carpentiere, una vita sotto le barche a dar di maglio con la stoppa.

Se l’associazione artigiani rinnova ad Opera Baldo questo onore è perché ha intuito che nel nostro lavoro di affiancamento ai ragazzi, di superamento delle difficoltà, di ricerca del loro posto nel mondo vibra lo stesso cuore, la stessa importanza data alla umana creatività.

Uomini del lavoro e uomini dell’educazione insieme condividono lo stesso sguardo sull’uomo: l’educazione è cogliere in ciascuno l’essenziale, ciò che lo rende unico, irripetibile, come ogni lavoro fatto bene. E un lavoro va fatto bene, come ci ricorda lo scrittore francese  Peguy, non per il salario, né per il padrone, né per i clienti del padrone, ma deve essere fatto bene in sé: “Una tradizione risalita dal profondo della storia esige che il lavoro sia fatto bene, secondo lo stesso principio con cui si costruivano le cattedrali…”.

Noi siamo artigiani dell’educazione poiché ci pieghiamo su questo straordinario pezzo di umanità che è ciascun bambino, ciascun giovane  che incontriamo e cerchiamo di aiutarlo ad essere ciò che deve essere nelle mani di Dio, cioè lo aiutiamo a rispondere alla sua vocazione, a ciò per cui è uscito dalle mani dell’Artigiano per eccellenza che è il Padre. Così facendo rispondiamo anche alla nostra vocazione. Le sono grato Presidente per questo sguardo su di noi e sulla nostra piccola opera.”

                                                      

23/03/2009

Caro ... mio Preside,

 

sabato ho partecipato anch’io alla ”prima vera festa di Primavera” come l’avevano battezzata, un po’ enfaticamente ma spiritosamente, i nostri alunni.

Ti confesso che lì per lì, quando per i corridoi qualche settimana fa qualcuno dei miei studenti mi interpellò, quasi quasi rispondevo male.  So benissimo la loro incapacità di gestire anche una sola assemblea studentesca di poche ore, figurarsi una festa! Poi qualcuno, insistente, venne a chiedermi un aiuto per un ppt e non seppi dire di no. Un insegnante è uno che si rimette sempre in gioco e così facendo rimette sempre in gioco gli studenti, fino alla fine (quanti ne abbiamo  salvati così …).

Ho dato anch’io il mio piccolo contributo: una tenera poesia sulla primavera della grande e misconosciuta poetessa  Ada Negri ,  chissà perché  presente solo nei libri di lettura delle elementari. L’ho consegnata quasi clandestinamente per i corridoi ad Agostino,  uno dei miei alunni acquisiti (sono quelli che inizialmente non fanno religione, poi scatta in loro una umana simpatia e diventano i miei preferiti.).

Agostino ci lavora con una sensibilità che solo sospettavo: ogni verso della Negri diventa una immagine splendida, un fotogramma della vita. La poesia è una piccola provocazione, infatti si intitola: “Non è ancora primavera” e gioca sul già e non ancora che è tipico di questa stagione della vita, gioca sulla promessa che potrebbe compiersi  o invece restare inespressa. E’ una attesa che viene squadernata nelle immagini di Agostino con una ricerca che evidentemente è anche personale. Quando mi presenta il prodotto finito, durante la ricreazione di venerdì, mi commuovo e gli dico di passare da te come poi è avvenuto. (Credo  userò questo ppt nelle mie lezioni per spiegare il senso religioso e cioè quella “speranza che tira la fede”)

Sabato è davvero festa e gli alunni ne sono protagonisti con le loro magliette “staff”, la loro passione perché le cose funzionino:  dal tatami del boxing di Niceforo, ai falconi di Massimo (che non è un nostro studente ma si mescola sportivamente tra loro), dalla break dance di Eric e company  ai complessini di musica varia di Moro e Dall’Oro che accompagnano la voce primaverile della prof. di Inglese Mariotti, ai dj’s del Perlastaff.

Ed è presente anche la scienza con il banchetto sull’energia al radicchio (ma quante ne abbiamo combinate quest’anno per coinvolgerli!). Martino sorveglia il tutto dall’alto e dal basso e si pavoneggia come un Colombo, appunto,  per quello che ha saputo costruire assieme ai suoi amici.   

Certo, ci sono dietro degli insegnanti, più di qualcuno giovanilmente coinvolto nelle retrovie,  come tifosi pronti al grido, e i capi del tifo sono Donin e Fornaro. Ma i protagonisti sono loro, i nostri sgangherati studenti, anzi spesso  i più sgangherati.

 Per tutta una mattina  l’istituto si apre anche alle  morosette  liceali o ragioniere fuggite per un giorno dalla scuola, ai genitori e ai nonni e perfino ai nostri ex alunni che ritornano volentieri nel loro istituto, pavesato a festa,   commentando che ai loro tempi era impensabile .

Così siamo stati introdotti al mondo dei nostri alunni che è fatto anche di queste cose, che magari confliggono con lo studio quotidiano ma, vivaddio!, ci sono  e li appassionano e li lanciano in alcuni aspetti della vita. E dietro quelle cose, quei linguaggi del corpo, c’è pure un grande addestramento, ci sono ore e ore di prove, credo anche di sacrifici.

Ritengo che i colleghi che avevano il sabato libero e non son venuti ( anch’io avrei fatto lo stesso!) si siano persi una lettura del mondo dei loro studenti che dovranno recuperare, una sete di protagonismo che sarebbe interessante finalizzare alla costruzione di progetti  che forse potrebbero  animare le lunghe ore di scuola, nelle mattinate spesso prive di eventi significativi. Questi ragazzi ci chiedono di più, ci chiedono di divenire partner di una costruzione comune, ci chiedono di rimetterci in gioco nel già e non ancora della loro età, in quella promessa che si dischiude per loro in questi cieli di primavera,  ed ha quanto mai bisogno di padri e di madri che li  sappiano prendere per mano, valorizzando il loro già e indicando il non ancora.

Ti ringrazio vivamente per aver reso possibile l’accadere di una cosa così che parla di noi più di tanti depliant e dice che la realtà educativa del nostro istituto è vivace e capace di rapportarsi con il nuovo coniugandolo con la tradizione,  perché ”il futuro avrà un cuore antico”.

Ti abbraccio

Un insegnante 

 

Katyn


 

 

katyn1

In Italia la censura non esiste più per niente. Tranne che per i film anti-comunisti

 

Vi consigliamo di andare a vedere un bellissimo film appena uscito in Italia: Katin del regista polacco Andrzej Wajda.

In verità dovrete fare una fatica bestiale, perché trovarlo è pressoché impossibile; In Italia infatti è uscito solo in 12 copie, le altre sono state occultate per una sorta di boicottaggio culturale.

“In questo modo il film non inciderà e non avrà un vero rilievo nella mentalità comune”, afferma Wajda al settimanale Tempi.

E così nella nostra Italia, dove qualsiasi spazzatura può essere trasmessa, l’unico film che di fatto viene censurato è una autentica testimonianza cinematografica anti-comunista.

Katyn in 117 minuti intensi, trepidanti, drammatici, quasi un pugno nello stomaco come lo fu The Passion o Apocalypto di Mel Gibson, ha evidenziato, senza distorsioni, la follia ideologica dei due totalitarismi del ‘900: il socialcomunismo staliniano e il nazionalsocialismo hitleriano.

Wajda rievoca la strage di 22 mila ufficiali dell’esercito polacco (fra cui suo padre) uccisi dalla polizia sovietica il 5 marzo 1940 nella foresta di Katyn, in Russia. L’Occidente fu silente, incapace di denunciare le responsabilità di Stalin, divenuto nel frattempo un indispensabile alleato contro la Germania nazista. Solo nel 1992 il presidente russo Boris Eltsin, consegnando alla Polonia i documenti che attestavano la piena responsabilità dell’Unione Sovietica nel massacro di Katyn, disse: “Perdonateci, se potete”.

Con Katyn il grande regista polacco, ha rinnovato in patria il dolore di un intero popolo narrando con stile secco e incalzante una tragedia storica che ha segnato il suo Paese per decenni. Nel film si vedono, militari nazisti e sovietici insieme che, in nome dell’ideologia furono pronti a qualsiasi crimine. In mezzo gli ufficiali polacchi, soldati d’altri tempi, come dei cavalieri medievali, legati alla divisa, all’identità, alla patria cattolica, alla lealtà militare, speranzosi di farcela nonostante tutto ma che alla fine furono tutti sacrificati.

Katyn è un film bellissimo, un anno fa fu candidato all’Oscar quale miglior film straniero ed è anche la testimonianza di un popolo orgoglioso delle proprie radici e saldo nella propria fede, con i militari polacchi che vanno incontro alla morte a testa alta e recitando il Padre Nostro mentre uomini stravolti da odio e ideologia li ammazzano come bestie.

Ora dopo decenni di silenzi e di censure sui crimini commessi in nome del socialcomunismo, il cinema aveva cominciato a raccontare questa storia, ma evidentemente la censura ideologica tutt’oggi risulta più potente della verità.

Per quanti possono consigliamo anche di farlo proiettare nelle scuole perché è un contributo al recupero di quella memoria storica che politici ed educatori hanno nascosto per decenni.

Alessandro Pagano

11/03/2009

Quel gesto non sia l'ultima parola ...

Associazione Opera Baldo

Organizzazione di Volontariato-Onlus

Quel gesto

non sia l’ultima parola …

Anche per noi, a Chioggia, l’urto della realtà si fa più violento: stavolta è una lama che affonda il suo colpo sulla schiena di un professore di violino in una delle scuole più "tranquille" della città. E il contraccolpo lo sentiamo tutti: nelle nostre calli, nelle scuole, nei bar, nei luoghi di vita dove passano questi adolescenti fragili, questi nostri figli invisibili, cioè che non guardiamo abbastanza … Gli esperti dicono che sono nel periodo della muta, come le aragoste: lasciano il guscio dell’infanzia e rimangono nudi e vulnerabili, perciò più a rischio. Quella educativa è una battaglia che ci richiama tutti, ma per vincerla occorre esserci di più. Ci vuole qualcuno che viva fino in fondo il senso del vivere e del morire, che mostri la bellezza di una vocazione educativa, il fascino del tirare su uomini come Dio comanda. È nel solco di una tradizione educativa cristiana che ha visto nel nostro Paese e nella nostra città il fiorire di opere educative, scuole, oratori nati dal cuore di autentici apostoli della carità educativa, come Padre Raimondo Calcagno, Padre Emilio Venturini, Carmen Baldo, che può venire una risposta all’emergenza di tutto un popolo.

C’è bisogno di uno sguardo di tenerezza tra adulti-educatori e ragazzi a partire dalla famiglia che non può limitarsi ad essere il luogo dove si alberga, dove si ricarica il telefonino… Ci vorrebbe "la carezza del Nazareno", come ha scritto qualcuno per Eluana, lo sguardo di chi si chini sul nostro niente e ci prenda così come siamo con tutti i nostri limiti … Abbiamo cioè bisogno di luoghi di misericordia e di perdono in cui più interessante diventa costruire l’umano di ciascuno. Noi, ad Opera Baldo, cominciamo a sperimentare un luogo così in mezzo alla circostanza delle difficoltà e del disagio che non rimangono l’ultima parola. Così ci capita di vivere una Speranza che ci rende certi del nostro destino buono. Solo riprendendo questa tradizione e traducendola nella contemporaneità, la vita dei ragazzi può tornare ad essere animata da una speranza certa che vinca le strade della violenza, del cinismo e dell’inutilità del vivere.

Chioggia,19/2/2009

08/02/2009

Appello al Presidente della Repubblica

7 febbraio 2009

APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
PER SALVARE LA VITA DI ELUANA ENGLARO

Signor Presidente,

la tragica fine che si prospetta per Eluana Englaro non lascia indifferente la coscienza civile dell'Italia.
Eluana è portata a morte senza che sia stata accertata in maniera incontrovertibile la sua volontà, né l'irreversibilità del suo stato vegetativo.

Eluana rischia dunque di morire sulla base di una volontà solo presunta, e sarebbe l'unica persona a subire una tale sorte, poiché nessuna delle leggi sul fine-vita in discussione in Parlamento permetterà più questo obbrobrio.

Signor Presidente, Le chiediamo fermamente di non permettere questa tragedia, che sarebbe un insulto sanguinoso alla storia, alla cultura, all'identità stessa del nostro Paese, convinti come siamo che nessuno deve essere costretto a morire per un formalismo giuridico.

Le chiediamo un intervento perché – di concerto con il Governo – sia data una moratoria alla sospensione dell'alimentazione e idratazione cui è sottoposta Eluana, in attesa che il Parlamento – nelle cui fila si è già appalesata un'ampia maggioranza in sintonia con la maggioranza che vi è nel Paese – possa pronunciarsi su un'adeguata legge.

Siamo certi che Ella non rimarrà insensibile al nostro appello.

Primi firmatari:

Roberto Formigoni
Giancarlo Cesana
Francesco Cossiga

Vittorio Feltri
Mario Giordano
Dino Boffo

Giorgio Vittadini
Maurizio Gasparri
Fabrizio Cicchitto

Rocco Buttiglione
Paola Binetti
Antonio Baldassarre



Scarica il modulo per la raccolta delle firme

07/02/2009

Eluana

Comunicato stampa
Preghiamo per Eluana

Accogliendo le parole del Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata - «Quando ci avviciniamo al mistero del dolore e della morte bisogna, per chi crede, pregare» -,  Comunione e Liberazione, oltre che alle iniziative di dialogo e di giudizio di queste settimane, invita a partecipare ai momenti di preghiera per Eluana organizzati dalle diocesi e a promuoverne nei luoghi di vita, di studio e di lavoro.

Da don Giussani abbiamo imparato che «solo il divino può “salvare” l’uomo, cioè le dimensioni vere ed essenziali dell’umana figura e del suo destino solo da Colui che ne è il senso ultimo possono essere “conservate”, vale a dire riconosciute, conclamate, difese». Tanto è vero che quando viene meno il riconoscimento del Mistero presente nella storia, risulta difficile riconoscere tutta la grandezza dell’uomo.

Per questo invitiamo a pregare per una vita che è affidata al Mistero buono che fa tutte le cose, e perché Dio possa illuminare coloro che hanno responsabilità a tutti i livelli.

L’ufficio stampa di CL
Milano, 6 febbraio 2009.

Venerdì 6 febbraio, Da padre a padre. Caro Sig. Englaro... (M. Dupuis) (lo stesso articolo è anche in prima pagina de Il Riformista)

Pubblichiamo la lettera aperta a Beppino Englaro scritta da Mario Dupuis, fondatore e presidente dell’opera Edimar (realtà educativa che accoglie ragazzi disagiati), nel 14esimo anniversario della morte della figlia Anna, cerebrolesa grave

Carissimo sig. Englaro,
le parlo da padre a padre. Ho avuto una figlia, Anna, cerebrolesa gravissima dalla nascita, colpita da asfissia neonatale, il suo cervello ha smesso di funzionare per sempre. Oggi ricorre il 14mo anniversario dalla sua morte, Anna è vissuta per 15 anni, non ha mai parlato, non ha mangiato, né bevuto da sola. Era nutrita attraverso la P.E.G. e per farla respirare dovevamo somministrarle ossigeno, ogni giorno aspirarle il catarro e drenare i suoi polmoni.
Ho provato a dire “Anna è un dono di Dio, la vita ha un valore inviolabile”, ma non mi bastava, perché quando la realtà appare in tutta la sua crudezza, vuoi capire che cosa hai davanti e cosa c’entra il limite con il tuo desiderio di felicità. Si passa dalla ribellione alla rassegnazione, ma la domanda sempre più assillante e implacabile era: come faccio a guardare tutto questo senza soccombere, senza diventare cinico e rinnegare che la vita ha un significato seppure misterioso? Ferito da questa impotenza ed incompiutezza, ma allo stesso tempo leale con queste domande, non volendo eluderle con facili risposte teoriche, mi sono “attaccato” a chi guardava Anna con una “strana” profondità e un’umanità diversa, che io, che ero suo padre non avevo. Questo è stato per me, all’inizio, motivo di grande disagio, fino a destare curiosità, percepivo che quella figlia lì, chiedeva qualcosa di profondo e di grande a me prima di tutto. Anna non si accontentava di essere trattata come figlia, non voleva essere ridotta al suo “stato”, Anna voleva essere trattata come qualcosa di più grande; Anna c’era per sfidare il mio solito modo - pur comprensibile e inevitabile - di ragionare e di reagire, che però censurava un fatto evidente: nella realtà c’è un quid che va oltre quello che vediamo. Se non ci accade qualcosa nella vita, non sappiamo dare un nome a questo “quid”, ma ciò non toglie che ci sia. Era evidente che ci fosse in Anna qualcosa di più grande che non riuscivo a nascondere a me stesso solo perché non lo vedevo, mentre ciò che vedevo mi generava dolore. Così ho imparato a conoscere Anna in modo nuovo, diverso, se non fosse stato così, avrei detto come tutti: sarebbe meglio se non fosse sopravvissuta.
Quando la realtà si presenta con il pungiglione della diversità e del limite esasperato, capisco che se uno non va fino in fondo, è costretto a rinnegare la realtà, ed è costretto a “staccare”, perché non ce la fa a sopportare una cosa che non sa guardare. Non ce la fa, e così si nega l’esperienza più umana che un uomo possa fare, quella di provare a guardare il limite fino al punto di desiderare con tutto se stesso qualcosa, qualcuno che può abbracciarlo. Non è innanzitutto una questione di “fede” o di valori condivisi; per me è stata una questione di lealtà con ciò che mi accadeva. E’ come se Anna mi dicesse: “Guarda papà che se il tuo cuore è fatto per un destino di felicità, allora è fatto per questo destino anche il mio, guardami così”. Questa è una sfida da accettare, non ci si può nascondere, questa sfida è come un tunnel, va percorso tutto, la devi fare tutta la strada per poter fare un’esperienza di bellezza anche dentro lì, fino ad arrivare alla certezza di un destino di felicità dentro l’apparenza di morte. Tutto ciò mi ha cambiato fino al midollo delle ossa, Anna è morta nel momento in cui cominciava ad essere più usuale trattarla così: non come essere bisognoso di tutto, ma come una persona che per il semplice fatto che c’è, è segno evidente che c’è un Altro che la vuole e che la porta al suo destino di felicità. Altro che rassegnazione in attesa dell’al di là, perché questo destino di felicità era così evidente che chi, guardandola, ne prendeva coscienza, cambiava. Così è cambiato il mio modo di guardare tutto il reale, me stesso e i miei figli e non solo gli handicappati. È successo così anche a tutti quegli amici che ci aiutavano e che a turno venivano ogni giorno a casa nostra a darci una mano e a fare compagnia ad Anna. Così è nata Ca’ Edimar a Padova: l’opera di accoglienza per adolescenti in difficoltà, dove viviamo in due famiglie insieme a 14 ragazzi, che per un certo periodo hanno bisogno di stare lontano da casa. Dove ogni giorno altri 60-70 ragazzi vengono a scuola di cucina. Gli amici di Anna da allora si dedicano ad opere di carità e accoglienza, tutto questo è nato dalla vita “inutile” di una bimba così!
Non la voglio convincere di nulla con questa mia testimonianza, ma solo dirle che mai avrei mai potuto immaginare che da un dolore così sarebbe nato un germoglio di novità umana. È proprio vero che la realtà ci sorprende oltre quello che noi vediamo e decidiamo. È così inutile la vita di una figlia immobile, quanti si domandano oggi grazie ad Eluana il significato della loro vita, perché chiudere la partita? Mi perdoni se ho osato scriverle.
Mario

Corriere della Sera, venerdì 6 febbraio, p. 3, Caso Eluana, parla l’ateo Jannacci: allucinante fermare le cure (F. Cutri)

MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c’è nemmeno un filo dell’ironia che da cinquant’anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni - «persone vive solo in apparenza, ma vive » - Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».
È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ma una volta che il cervello non reagisce più, l’attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».
Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».
Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».
Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

04/02/2009

La premiazione dei presepi

Quasi tutte le scuole di Chioggia ieri hanno partecipato alla premiazione del concorso dei presepi indetto da Opera Baldo oramai da 4 anni.

Quest’anno il concorso aveva a tema i Re Magi. C’è un protagonista all’origine di questo gesto cosi singolare che quest’anno ha riguardato quasi un migliaio di ragazzi di scuola elementare: è il professor Pierluigi Bellemo. E così ogni Dicembre le classi si cimentano con tutte le tecniche possibili sul tema: dai soliti colori a pastello o cera, al collage, alle tecniche miste, dallo sbalzo su rame  alle tegole e così via in un effluvio di Magi che vanno con qualsiasi tempo, compresa l’acqua alta (e allora saranno dotati di appositi stivaloni) seguendo una stella verso  Gesù. A me è toccato premiarli, in assenza delle autorità … mentre il professore di cui sopra leggeva i disegni come fossero i temi dei suoi ragazzi di Sant’Anna. Il primo premio è andato alla Scuola Elementare Todaro di Sottomarina che è diventata una presepe per i passanti della piazza antistante. Gli occhi di questi bambini dicevano tutto: erano occhi curiosi, spalancati sul mondo a chiedere se il viaggio della vita sarà sempre così ben sostenuto e premiato. Nelle retrovie le maestre (quante ce n’erano!) vere protagoniste di questo immenso sforzo di memoria. Perché è inutile girarci tanto attorno: o la vita è come il viaggio dei Magi, un viaggio sostenuto da una indicazione lucente e decisa o è un tristissimo giro di stagioni  e l’uomo non è che “un campione senza valore che l’ostetrica consegna al becchino”…

Per l’occasione cercavo una cosa bella da regalare ai genitori e agli educatori più che ai bambini che comunque hanno avuto il loro bel calendario: che bellezza poter visualizzare i mesi con la speranza della stella  negli occhi …

Così m’è venuta alla mente la bellissima poesia di Thomas Stearns Eliot, “Il Viaggio dei Magi”, che ho voluto leggere per intero.

Fu un freddo avvento per noi
Proprio il tempo peggiore dell’anno
Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo
Le vie fangose e la stagione rigida
Nel cuore dell’inverno.
E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili
Sdraiati nella neve che si scioglie.
Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo
I palazzi d'estate sui pendii, le terrazze,
E le fanciulle seriche che portano il sorbetto.
Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano
E disertavano, e volevano, donne e liquori,
E i fuochi notturni s'estinguevano, mancavano ricoveri,
E le città ostili e i paesi nemici
Ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo:
Ore difficili avemmo.
Preferimmo viaggiare di notte,
Dormendo solo a tratti,
Con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo
Che questo era tutta follia.
Poi all'alba giungemmo a una valle più tiepida,
Umida, sotto la linea della neve, tutta odorante di vegetazione;
Con un ruscello in corsa ed un molino ad acqua che batteva il buio,
E tre alberi contro il cielo basso,
E un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato.
Poi arrivammo a una taverna con l'architrave coperta di pampini,
Sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d'argento,
E piedi davano calci agli otri vuoti.
Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo
Ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto
Trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte.
Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,
E lo farei di nuovo, ma considerate
Questo considerate
Questo: ci trascinammo per tutta quella strada
Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,
Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo già visto nascita e morte
Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu
Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte
Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,
Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,
Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.
Io sarei lieto di un’altra morte
.

Chi ha visto, chi ha ricevuto l’impatto di un fatto imprevedibile ed esorbitante non può più essere come prima, tranquillo nelle antiche leggi. Rimane perciò aperto ad incontrare, ad abbracciare ciò che gli si è fatto incontro secondo un’intelligenza che, grazie al cielo, non è la sua…

03/02/2009

Caro amico ....

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02/02/2009

A Piedi Scalzi

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Nel primo anniversario del ritorno al Padre del nostro Presidente

Filippo Tiozzo Bon

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